INTERVISTA a ALAN STIVELL

Pubblicato il 11 gennaio 2017 da

a cura di MARIANNE GUBRI

( ringraziamo VINCENZO ZITELLO per aver reso possibile questo straordinario incontro)

Alan Stivell (nato nel 1944) è considerato uno dei maggiori esponenti dell’arpa celtica in Bretagna e nel mondo. Nel 1953 intraprende lo studio dello strumento grazie a suo padre, Georges Cochevelou, che gli aveva costruito una piccola arpa celtica. Si esibisce insieme alla sua insegnante parigina Denise Mégevand che arrangia per lui alcune melodie tradizionali. Nel 1961 esce il suo primo album Telenn Geltiek interamente dedicato all’arpa celtica. Dagli anni 60 intreprende numerose collaborazioni con artisti e case discografiche e si afferma nel panorama del folk revival internazionale; ricordiamo in particolare l’album Renaissance de la harpe celtique (1971) e il concerto all’Olympia di Parigi nel 1972 (il cdlive supera il milione di copie vendute). Nel 1980 esce il suo album doppio Symphonie Celtique. L’artista sviluppa contaminazioni con il rock, la world music, la musica classica e l’elettronica, affermando la sua identità bretone e celtica a livello musicale, culturale e spesso anche politico. Effettua tournées internazionali e collaborazioni con artisti tra cui Angelo Branduardi, Kate Bush, Youssou N’Dour, Khaled, Jim Kerr e molti altri. Riceve numerosi premi tra cui il Premio Tenco e una nomination ai Grammy Awards. Artista poliedrico (è anche cantante, suonatore di cornamusa e di flauto) e instancabile, ha all’attivo 50 anni di carriera e 24 album; l’ultimo, Amzer, è uscito nel 2015.

Innanzitutto, grazie Alan per aver accettato questa intervista per l’Associazione Italiana dell’Arpa. Partiamo dall’identità bretone. Molti artisti rivendicano la loro appartenenza ad un popolo e ad un territorio scegliendo di suonare solo il repertorio celtico, bretone, scozzese, irlandese, Lei invece, sin dagli inizi, ha cercato la fusione con il rock, poi con le musiche afro e tribali, ora con l’elettronica. Che cos’è riconoscibile come stile bretone? Che cos’è la musica celtica oggi? Lei pensa che queste fusioni potrebbero creare nuovi linguaggi, nuove culture o nuovi stili musicali?

Alan: Il mio percorso è iniziato dalla fusione, all’epoca una novità, delle musiche celtiche. Nello stesso tempo, da un’altra fusione: l’unione musica celtica – musica classica. Poi effettivamente, il rock e le influenze anglo-americane. Molto velocemente si aggiungono multiple influenze etniche dal mondo. L’elettronica: lei dice “adesso”, ma per me inizia dalla fine degli anni 70, per affermarsi sin dalla metà degli anni 80 e ancora più chiaramente nella prima metà degli anni 90; sono quindi circa 30 anni. Non è in effetti il primo percorso cronologicamente, ma si fonde bene con la mia attrazione per la fantascienza che risale alla mia infanzia. Le identità bretoni, o più generalmente, celtiche, come ogni identità, si possono concepire nel modo più light fino a quello più deciso. Molto generalmente, si tratta, da noi, di un’identità light: qualche elemento identifica l’origine del musicista (parole in Bretone, la presenza di una bombarde, di una cornamusa scozzese, di un tema tradizionale, ecc.). Quello che potrebbe sembrare paradossale, ma credo logico nel mio percorso, è che mentre sostengo le esperienze di fusione con la Terra intera, l’altro ‘partner’ della fusione deve essere di una celtitudine estrema. Credo di aver dato, più di altri, una grande importanza a criteri celtici. Sarebbe troppo lungo ricordare qui la mia analisi; sappiamo che ogni musica, compresa quella celtica, è sempre mescolata con l’epoca e con altre culture. E quello che è stato creativo nel passato, come ad esempio le nuove fusioni (tra le quali quelle che proponevo ai miei inizi) lo è ancora e lo sarà in futuro. Ho per esempio inventato l’arrangiamento all’arpa del picking della chitarra folk americana. Questo permette alcuni sviluppi e facilita una libertà melodica di carattere rubato su un tempo marcato. Il mio utilizzo remoto (metà anni 60) degli effetti elettronici (disto, ecc.) ha aperto anche delle possibilità. È vero che molti di questi effetti sono già embrionali, acusticamente, nella musica celtica tradizionale, ma ciò facilita e giustifica ancor di più il loro impiego.

L’arpa celtica stessa è diventato uno strumento a sé stante con la sua tecnica, il suo repertorio e anche la sua estetica. Numerosi arpisti, insegnanti, scuole e liutai sono nati grazie alla Rinascita effettuata da Suo padre Georges Cochevelou e da Lei stesso. Le siamo tutti infinitamente riconoscenti. Oggi lo strumento si è molto evoluto e ha spinto l’innovazione fino ai confini dell’elettrificazione dell’arpa. Molti arpisti operano ora una fusione di stili tra le numerose tradizioni classiche, jazz, moderne, pop, etniche, al punto che diventa anche difficile denominare lo strumento ‘celtico’, come se questa parola fosse troppo riduttiva. Come immagina l’avvenire di questo strumento?

Alan: Nei primissimi anni 60, le rare Irlandesi che suonavano quest’arpa lo facevano effettivamente in un modo abbastanza minimalista e soltanto per accompagnare il loro canto. È per rispondere a questo che mio padre ha avuto l’idea di costruire uno strumento nuovo.

Lo è dunque diventato dagli anni 50. È vero però che non tutti gli arpisti lo hanno accolto in questo modo, ma sicuramente di più oggi.

Sul termine celtico?

Per quanto mi riguarda, rispondo di sì, comprese le mie innovazioni per lo strumento stesso. Personalmente non vedo perché dovremmo abbandonarlo. Sarebbe un atto di generosità che nessuno ci richiede. A parte i nostri complessi?… Per tutto quello che si fa sulla linea del lavoro del binomio con Cochevelou, non c’è nessuna ragione di togliere questo marchio d’origine. Se invece consideriamo che molti musicisti non hanno la difesa della cultura celtica nel loro manifesto, possiamo ammettere che trovino onesto sbarazzarsi di questo marchio identitario. Mi rimane un po’ di tristezza in questo caso, perché non aiutano la mia lotta per la sopravvivenza dei popoli celtici. Ma la libertà di tutti rimane una priorità.

Per quanto riguarda l’esplorazione di tutti gli stili, come lo sapete, sono vari decenni che li percorro: una novità per alcuni(e). L’ultima in ordine cronologico è quella di suonare tutto un brano utilizzando l’arpa come “un’autoarpa” (grattando e smorzando le corde). L’avevo fatto (come forse altri) soltanto occasionalmente.

Canta, suona altri strumenti come la bombarde. Ma sembra che l’arpa, sin dagli inizi rimanga lo strumento prediletto. Perché? Che cos’ha di così particolare?

Alan: Avevo 7 anni quando ho lasciato il pianoforte. Poi ci fu l’arpa celtica e mi sono come assimilato allo strumento. Gli altri strumenti mi sono sempre sembrati secondari. L’arpa celtica ha il vantaggio di essersi integrata alla nostra cultura prima degli altri (eccetto il flauto?). Senza contare la sua forza mitica che ci porta nel profondo. Ma subito dopo l’arpa celtica, posiziono la cornamusa irlandese che mi ha molto influenzato.

Per un giovane arpista oggi è facile ascoltare migliaia di concerti live e online, scaricare nuovi spartiti, o ancora prendere lezione con i migliori specialisti per ogni repertorio e tecnica. Davanti ad una tale rosa di possibilità potrebbe essere facile perdersi. Quali consigli darebbe a chi desidera intraprendere oggi la via di arpista-compositore e esprimersi sul palcoscenico?

Alan: Credo che si possa sempre riferire al mio lavoro e alle mie registrazioni più oralmente piuttosto che agli spartiti editi, che rimangono approssimativi, per mancanza di tempo. Se uno si dedica ad uno stile particolare come l’arpa bardica, possiamo certamente “vedere altrove” con degli arpisti come Violaine Mayor. Per il jazz ci sono tanti nomi per cui non è facile indicarne soltanto uno. Stessa cosa per l’arpa latino-americana. E in Italia avete maestri come Vincenzo Zitello.

Percorrendo la sua discografia, siamo sorpresi di ascoltare ogni volta una nuova avventura, un nuovo orizzonte sonoro. Cosa La spinge ad essere sempre all’avanguardia e innovatore?

Alan: È semplicemente una questione di personalità. Alcuni musicisti preferiscono perfezionare un ambito per tutta la vita, come l’arpa o la musica classica. E fortunatamente, queste persone esistono. Io non sto mai fermo, sono nomade, sono curioso dello sconosciuto, della scoperta di terre vergini e di sentieri poco battuti. Alcuni sono significativi ora, e non lo erano per niente ai miei inizi. E ne scopro sempre dei nuovi.

Sin dagli inizi, la sua carriera è stata folgorante, immediata e musicalmente magnifica. Si è sempre circondato di artisti eccellenti. Cosa La spinge a cercare il meglio ad ogni istante?

Alan: Qui non c’è niente di particolare in me, mi sembra che cerchiamo tutti il meglio, e vorremmo sempre che fosse meglio del meglio. È raramente così: conosco i difetti.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Alan: Quando potrò, mi piacerebbe produrre un lavoro molto contemporaneo dove utilizzerò tecniche che sono solo in gestazione oggi.

Nel frattempo, lavoro su una sorta di antologia dove questa volta metterò in rilievo quello che intendo veramente con Musica celtica (con un testo esplicativo). E rivisiterò anche la mia Symphonie celtique (1979). Spero che mi rimarrà un po’ di tempo per un album nuovamente dedicato all’arpa celtica (con o senza canto). Per il momento, con il mio liutaio attuale Tom Marceau, lavoriamo ancora su una nuova arpa.

Che cos’è essere creativo per lei oggi? Un processo innato, una disciplina di lavoro e di vita, un’onda che bisogna seguire o domare?

Alan: Per quanto mi riguarda, faccio un mix strano tra libera improvvisazione secondo l’umore del momento, mentre mi programmo abbastanza razionalmente le esplorazioni che devo compiere.

La sua musica è spesso stata associata ad una militanza legata all’identità culturale bretone, poi alle minoranze in generale. Ha instillato un vento di libertà e di coraggio per numerose generazioni. Qual’è la Sua missione oggi come artista?

Alan: Provare a coniugare insieme la libertà, artistica o semplicemente individuale, con una difesa e una pedagogia che favorisca la sopravvivenza della specie culturale celtica. Quest’ultima è indispensabile per la diversità del pensiero e della cultura dell’umanità. Questo passa forzatamente attraverso delle questioni politiche come l’autonomia bretone.

Sembra sempre circondato di dolcezza, di calma e d’armonia, qual è il suo segreto?

Alan: Il bisogno di essere ‘zen’ e la ricerca di armonia è una auto-terapia. Mi permette di vivere non troppo male tra i disturbi del mondo e a volte del lavoro. Provo, finché mi è possibile, di contagiare altri attorno a me. Forse ci riesco un po’ a volte.

Traduction :

ENTRETIEN avec ALAN STIVELL

édité par MARIANNE GUBRI

(Nous remercions VINCENZO ZITELLO d'avoir rendu cette réunion extraordinaire possible)

Alan Stivell (né en 1944) est considéré comme l'un des plus grands interprètes de la harpe celtique en Bretagne et dans le monde. En 1953, il entreprend l'étude de l'instrument grâce à son père, Georges Cochevelou, qui a construit une petite harpe celtique. Il se produit avec son professeur parisien Denise Mégevand qui lui arrange des mélodies traditionnelles. En 1961, il sort son premier album Telenn Geltiek entièrement consacré à la harpe celtique. Depuis les années 1960, il a collaboré avec des artistes et des maisons de disques et s'est établi dans le panorama du renouveau populaire international. on se souvient particulièrement de l'album Renaissance de la harpe celtique (1971) et du concert de l' Olympia à Paris en 1972 (le cd la vie dépasse un million d'exemplaires vendus). En 1980, il sort son double album Symphonie Celtique . L'artiste développe des contaminations avec le rock, la musique du monde, la musique classique et l'électronique, affirmant son identité bretonne et celtique à un niveau musical, culturel et souvent politique. Il effectue des tournées internationales et des collaborations avec des artistes tels que Angelo Branduardi, Kate Bush, Youssou N'Dour, Khaled, Jim Kerr et bien d'autres. Il a reçu de nombreux prix, dont le prix Tenco et une nomination aux Grammy Awards. Artiste aux multiples facettes (également chanteur, joueur de flûte et joueur de flûte) et infatigable, il a 50 ans de carrière et 24 albums; le dernier, Amzer, a été libéré en 2015.

Tout d'abord, merci Alan d'avoir accepté cette interview pour l'association italienne Arpa. Nous partons de l'identité bretonne. De nombreux artistes revendiquent leur appartenance à un peuple et un territoire choisissant de ne jouer que le répertoire celtique, breton, écossais, irlandais, mais vous, depuis le début, avez cherché la fusion avec le rock, puis avec la musique afro et tribale , maintenant avec l'électronique. Qu'est-ce qui est reconnaissable comme un style breton? Qu'est-ce que la musique celtique aujourd'hui? Pensez-vous que ces fusions pourraient créer de nouvelles langues, de nouvelles cultures ou de nouveaux styles musicaux?

Alan: Mon voyage a commencé avec la fusion, à l'époque une nouveauté, de la musique celtique. Dans le même temps, d'une autre fusion: l'union musicale celtique - musique classique. puis en effet, rock et influences anglo-américaines. Très rapidement, de multiples influences ethniques sont ajoutées du monde. Electronique: tu dis "maintenant", mais pour moi ça commence à la fin des années 70, à s'imposer depuis le milieu des années 80 et encore plus clairement dans la première moitié des années 90; ils ont donc environ 30 ans. Ce n'est pas en fait la première route chronologiquement, mais elle s'accorde bien avec mon attirance pour la science-fiction qui remonte à mon enfance. Les identités bretonnes, ou plus généralement, celtiques, comme toute identité, peuvent être conçues de la manière la plus légère jusqu'aux plus décisives. Très généralement, il s'agit d'une identité légère : certains éléments identifient l'origine du musicien (mots en breton, présence d'une bombarde , cornemuse écossaise, thème traditionnel, etc.). Ce qui peut sembler paradoxal, mais je pense logique sur mon chemin, c'est que si je soutiens les expériences de fusion avec la Terre entière, l'autre «partenaire» de la fusion doit être d'une extrême célérité . Je pense avoir donné, plus que d'autres, une grande importance aux critères celtiques. Il serait trop long de se souvenir de mon analyse ici; nous savons que chaque musique, y compris la musique celtique, est toujours mélangée avec l'âge et avec d'autres cultures. Et ce qui a été créatif dans le passé, comme les nouvelles fusions (y compris celles que j'ai proposées à mes débuts) est encore et sera dans le futur. Par exemple, j'ai inventé l'arrangement de la harpe de guitare folk américaine. Cela permet certains développements et facilite une liberté mélodique de caractère volé au cours d'une période marquée. Mon utilisation à distance (milieu des années 60) d'effets électroniques ( disto, etc.) a également ouvert des possibilités. Il est vrai que beaucoup de ces effets sont déjà embryonnaires, acoustiquement, dans la musique celtique traditionnelle, mais cela facilite et justifie leur utilisation.

La harpe celtique elle-même est devenue un outil à part entière avec sa technique, son répertoire et même son esthétique. De nombreux harpistes, professeurs, écoles et luthiers sont nés grâce à la Renaissance réalisée par votre père Georges Cochevelou et par vous-même. Nous sommes tous infiniment reconnaissants. Aujourd'hui, l'outil a évolué et poussé l'innovation jusqu'aux limites de l'électrification de la harpe. Beaucoup de harpistes opèrent maintenant une fusion de styles entre les nombreuses traditions classiques, jazz, modernes, pop, ethniques, au point qu'il devient aussi difficile d'appeler l'instrument «celtique», comme si ce mot était trop réducteur. Comment imaginez-vous le futur de cet instrument?

Alan: Au début des années 60, les rares irlandais qui jouaient de cette harpe l'ont fait d'une façon assez minimaliste et juste pour accompagner leur chanson. C'est pour répondre à cela que mon père a eu l'idée de construire un nouvel instrument.

Donc c'est devenu depuis les années 50. Il est vrai, cependant, que tous les harpistes ne l'ont pas accepté de cette façon, mais certainement plus aujourd'hui.

Sur le terme celtique ?

En ce qui me concerne, je dis oui, y compris mes innovations pour l'instrument lui-même. Personnellement, je ne vois pas pourquoi nous devrions l'abandonner. Ce serait un acte de générosité que personne ne nous demande. En dehors de nos complexes? ... Pour tout ce qui est fait sur la ligne de travail du binôme avec Cochevelou, il n'y a aucune raison d'enlever cette marque d'origine. D'un autre côté, si nous considérons que beaucoup de musiciens n'ont pas la défense de la culture celtique dans leur manifeste, nous pouvons admettre qu'ils trouvent honnête de se débarrasser de cette identité de marque. Je me retrouve avec un peu de tristesse dans ce cas, car ils n'aident pas ma lutte pour la survie des peuples celtiques. Mais la liberté de chacun reste une priorité.

En ce qui concerne l'exploration de tous les styles, comme vous le savez, je les couvre depuis plusieurs décennies: une nouveauté pour certains (e). Le dernier ordre chronologique est de jouer toute une chanson en utilisant la harpe comme un " autoarpa" (grattage et amortissement des cordes). Je l'avais fait (comme peut-être d'autres) seulement de temps en temps.

Chante, joue d'autres instruments comme la bombarde. Mais il semble que la harpe, depuis le début reste l'outil préféré. Pouquoi? Quel est si spécial à ce sujet?

Alan: J'avais 7 ans quand j'ai quitté le piano. Puis il y avait la harpe celtique et j'ai assimilé à l'instrument. Les autres instruments m'ont toujours semblé secondaires. Est-ce que la harpe celtique a l'avantage d'être intégrée à notre culture avant les autres (sauf la flûte?). Sans parler de son pouvoir mythique qui nous emmène au plus profond de nous-mêmes. Mais immédiatement après la harpe celtique, je place la cornemuse irlandaise qui m'a beaucoup influencé.

Pour un jeune harpiste aujourd'hui, il est facile d'écouter des milliers de concerts en direct et en ligne, de télécharger de nouvelles partitions ou de suivre des cours avec les meilleurs spécialistes pour chaque répertoire et chaque technique. Devant un tel éventail de possibilités, il pourrait être facile de se perdre. Quel conseil donneriez-vous à ceux qui souhaitent prendre le chemin du harpiste-compositeur aujourd'hui et s'exprimer sur scène?

Alan: Je pense que vous pouvez toujours vous référer à mon travail et à mes enregistrements plus oralement qu'aux résultats publiés, qui restent approximatifs, faute de temps. Si l'on se consacre à un style particulier comme la harpe bardica, on peut certainement "voir ailleurs" avec des harpistes comme Violaine Mayor. Il y a tellement de noms pour le jazz qu'il n'est pas facile d'en indiquer un seul. Même chose pour la harpe latino-américaine. Et en Italie, vous avez des maîtres comme Vincenzo Zitello.

En parcourant sa discographie, nous sommes surpris d'entendre à chaque fois une nouvelle aventure, un nouvel horizon sonore. Qu'est-ce qui vous pousse à être toujours à l'avant-garde et innovateur?

Alan: C'est simplement une question de personnalité. Certains musiciens préfèrent perfectionner une portée permanente, comme la harpe ou la musique classique. Et heureusement, ces gens existent. Je ne suis jamais coincé, je suis un nomade, je suis curieux de l'inconnu, de la découverte des terres vierges et des petits sentiers battus. Certains sont importants maintenant, et ils n'étaient pas du tout mes débuts. Et je découvre toujours de nouveaux.

Dès le début, sa carrière a été brillante, immédiate et musicalement magnifique. Il a toujours été entouré d'excellents artistes. Qu'est-ce qui vous pousse à chercher le meilleur à chaque instant?

Alan: Il n'y a rien de spécial chez moi, je pense que nous recherchons tous le meilleur, et nous voulons toujours qu'il soit meilleur que le meilleur. C'est rarement comme ça: je connais les défauts.

Quels sont tes prochains projets?

Alan: Quand je le peux, je voudrais produire un travail très contemporain où j'utiliserai des techniques qui ne sont qu'en gestation aujourd'hui.

En attendant, je travaille sur une sorte d'anthologie où cette fois je vais mettre en évidence ce que je veux vraiment dire avec la musique celtique (avec un texte explicatif). Et je vais aussi revoir ma Symphonie celtique (1979). J'espère avoir encore du temps pour un album dédié à la harpe celtique (avec ou sans chanson). Pour l'instant, avec mon actuel luthier Tom Marceau, nous travaillons toujours sur une nouvelle harpe.

Qu'est-ce qui est créatif pour vous aujourd'hui? Un processus inné, une discipline du travail et de la vie, une vague qui doit être suivie ou apprivoisée?

Alan: En ce qui me concerne, je fais un étrange mélange d'improvisation libre selon l'humeur du moment, alors que je planifie rationnellement les explorations que je dois faire.

Sa musique a souvent été associée à un militantisme lié à l'identité culturelle bretonne, puis aux minorités en général. Il a insufflé un vent de liberté et de courage à de nombreuses générations. Quelle est votre mission aujourd'hui en tant qu'artiste?

Alan: Essayez de combiner la liberté, artistique ou simplement individuelle, avec une défense et une pédagogie qui favorise la survie des espèces culturelles celtes. Ce dernier est indispensable à la diversité de la pensée et de la culture humaines. Cela traverse de force des questions politiques telles que l'autonomie bretonne.

Il semble toujours entouré de douceur, de calme et d'harmonie, quel est son secret?

Alan: Le besoin d'être «zen» et la recherche de l'harmonie est une auto-thérapie. Cela me permet de vivre pas mal entre les perturbations du monde et parfois du travail. Autant que je peux, j'essaie d'infecter les autres autour de moi. Peut-être que je peux le faire parfois.

Finistère. La société civile se mobilise aussi contre le FN
Publié le 03/05/2017 dans Ouest-France

Alan Stivell, Irène Frachon ou encore Franck Cammas appellent à des rassemblements à Brest et Quimper (Finistère) contre le Front national.
Plusieurs personnalités du monde culturel, sportif, économique, politique, appellent à des rassemblements à Brest et à Quimper (Finistère) jeudi soir.
« La France est une République indivisible, laïque, démocratique et sociale. Elle assure l'égalité devant la loi de tou.te.s les citoyen.ne.s sans distinction d'origine ou de religion. Elle respecte toutes les croyances. [...] Dans les articles premiers de la Constitution et de la Déclaration des Droits de l'Homme et du citoyen, les Françaises et les Français ont posé les bases de la société qu'ils aspirent à construire », souligne l'appel.
« Face au Front national et à ses alliés, face à leur projet de fracturation, nous sommes résolu.e.s à nous dresser, ensemble. Nous sommes rassemblé.e.s pour dire que nous sommes, sans nuance, sans faille, attaché.e.s à construire un monde de paix pour nos enfants et pour nous-mêmes [...] Nous sommes rassemblé.e.s, nous sommes uni.e.s pour dire non au Front national, mais surtout pour dire oui : oui à la liberté, à la liberté d'expression, à la liberté de conscience, à la liberté de penser, oui à la liberté de circulation, oui à la liberté d'association. Oui à l'égalité. Oui à la fraternité. [...]. Oui à ces valeurs républicaines, menacées en cas de victoire de l'extrême droite. Résolument, contre le Front national et l'extrémisme, contre la xénophobie, le nationalisme, le racisme, contre le repli et l'exclusion de la différence, nous choisissons Marianne ».
Les signataires appellent à « un large rassemblement citoyen pour le dire haut et fort » : jeudi 4 mai, place de la Liberté à Brest à 18 h 30 ; à Quimper, jeudi 4 mai à 18 h.
Quelques signataires
Alan Stivell, musicien ; Bruno Grougi, footballeur professionnel ; Irène Frachon, pneumologue ; Franck Cammas, navigateur ; Pascal Piriou, président du Groupe Piriou ; Jean-Paul Ollivier, journaliste ; Mathieu Gallou, président de l'UBO ; Gilles Falch'un, PDG de la SILL ; Jacques Guérin, directeur de Quai Ouest ; Catherine Aubry, présidente de la Ligue des Droits de l'Homme Finistère ; Stéphanie Stoll, présidente de Diwan ; Yannick Hervé, président du mouvement associatif de Bretagne ; Tangi Louarn, président de Kerve Breizh ; Jean-Paul Toullec, président de Bretagne Vivante ; Jean-Jacques Urvoas, ministre ; François Cuillandre, maire PS de Brest ; Nathalie Sarrabezolles, présidente du Département [...]

 


Alan Stivell et son indissociable harpe celtique. © Gaël Kerbaol

Alan Stivell en concert à Louvigné
Publié le 4 Juin 17 à 6:00 dans La Chronique Républicaine.

En résidence au Centre Culturel Jovence de Louvigné-du-désert, dans le Pays de Fougères Alan Stivell y donnera un concert exceptionnel le vendredi 9 juin à 20h30.

En attendant la sortie de son prochain album en 2018, Alan Stivell repart en tournée pour jouer ses plus grands classiques. 50 années d’une carrière musicale exemplaire : de Tri Martelod et la Suite Sudarmoricaine à Brian Boru, les chansons d’Alan Stivell font désormais partie de notre patrimoine commun.
Son œuvre a non seulement initié l’essor de la musique bretonne et celtique, mais elle a également participé à son renouveau sur les scènes de tous les continents.

             
Tarifs unique 20 €. Réservation : Centre Culturel Jovence et chez les commerçants : Louv’snack Café, Bar l’Évasion, Laurent Robe Chaussures. Sur internet : www.francebillet.com et www.ticketmaster.fr. Egalement dans les centres commerciaux : Carrefour, Géant, Fnac, Magasins U, Cora, Intermarché, Leclerc, Auchan, Cultura.

Brigitte Beaumert



Alan Stivell, sur la scène du centre culturel Jovence, lors d'une répétition

Alan Stivell en résidence au centre culturel
Publié le 08/06/2017 sur Ouest-France.fr

Le musicien travaille depuis mardi à la préparation d'une nouvelle tournée. Un concert aura lieu ce vendredi, pour la fin de la résidence. Lire aussi page 9.
Ambiance studieuse, ce mercredi midi, dans la salle de concert du centre culturel Jovence. Alan Stivell et ses musiciens répètent depuis la veille pour préparer une tournée qui va durer environ un an et demi. Vendredi, un concert de fin de résidence aura lieu dans cette salle qui peut accueillir 450 spectateurs assis. Ensuite, l'équipe s'en ira vers la Belgique, où le premier concert de la tournée est prévu jeudi prochain.
Ces quatre jours avec un artiste de grande renommée sont une aubaine pour le centre culturel Jovence, inauguré en 2010. « Cela permet de le faire vivre », sourit Guillaume Foucault, en charge des résidences.
Lumière, mise en scène : durant cette semaine, tout le show est peaufiné. Les phases de répétitions sont longues et courent en moyenne de 10 h jusqu'à 22 h. Pour le groupe de musiciens, c'est une première expérience en conditions réelles. « Nous avons déjà fait des répétitions à Betton, dans ma maison, et nous avions besoin d'un lieu pour répéter, pour arriver devant le public en étant passé par la case scène », explique Alan Stivell.
Un staff de neuf personnes, entièrement nouveau depuis la tournée précédente, a été recruté. Outre la harpe celtique d'Alan Stivell, les musiciens utilisent des instruments et des techniques avant-gardistes, en accord avec la vision du compositeur, qui a le soucis du renouveau artistique (lire aussi en page 9).
Durant ces phases de création, Alan Stivell se fait chef d'orchestre. C'est le moment pour lui d'orienter les musiciens, de leur donner des indications pour interpréter ses compositions telles qu'il les a imaginées.
Il explique que cette volonté de travailler avec un orchestre découle de son projet artistique : « Pour moi, l'un des intérêts de monter sur scène, c'est de défendre la culture bretonne et celtique. » Ne pas être dans un groupe s'impose donc de lui-même : « J'avais envie de faire connaître mes idées. Si j'avais été dans un groupe, les choses auraient peut-être été plus téléphonées. »
Peut-on néanmoins le qualifier de militant ? « C'est compliqué. J'ai deux casquettes : je ne peux pas nier le fait d'être militant, mais cela ne doit rien enlever au fait d'être un artiste normal. »
Vendredi 9 juin, à 20 h 30, au centre culturel Jovence ; tarif : 20 €.

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Le défenseur de la culture bretonne prépare sa prochaine tournée au centre culturel Jovence, à Louvigné-du-Désert. Retour sur cinquante ans de carrière, mêlant tradition et avant-gardisme.
« Je rejette le normal. Je n'aime pas voir des choses auxquelles on s'attend. » Après cinquanteans d'une riche carrière, Alan Stivell ne veut surtout pas avoir l'air de tourner en rond. Au contraire, la tournée qu'il est en train de préparer, une rétrospective de sa carrière, se veut une ode à l'originalité qu'il a toujours revendiquée: « Les gens risquent d'être surpris en entendant, par exemple, des sonorités hip-hop pendant le concert. Pourtant, ce sont des musiques que j'ai faites il y a vingt ans », s'amuse-t-il.
Biniou électronique
Le harpiste celtique de 73ans n'a pourtant pas le souhait de surprendre le public. La démarche est plus personnelle et intérieure: « Je suis avant tout happé par ma curiosité. Ce qui m'intéresse, c'est de faire ce qui n'a pas été fait, comme lorsque j'ai mélangé le rock et le breton. »
Cette fois-ci, Alan Stivell a pioché dans toute sa carrière, du premier morceau de son tout premier album professionnel, Reflets, paru en 1970,aux pistes de AMzer, sorti en 2015.
Pour mettre en valeur ces compositions, il a fait appel à des musiciens originaux: l'un utilise un prototype de guitare sans corde, un biniou électronique ou un didgeridoo à coulisse. Le percussionniste joue aussi d'une boîte à rythmes et, sur scène, un designer sonore arrange le tout.
Cette modernité dans la façon d'aborder cette tournée est, pour Alan Stivell, davantage une nécessité qu'un choix pour être inédit dans sa démarche.
Les morceaux joués en concert seront présents sur l'album qui sortira à la fin du mois de janvier. « Il y aura trois nouveaux morceaux », annonce Alan Stivell. En plus de cet album physique, 300 extraits balayant toute la carrière du harpiste seront présentés sous forme de medley, sur internet.
Un regard dans le rétroviseur avec un oeil neuf, en somme.

Vendredi 9juin, à 20h30, concert de fin de résidence au centre culturel Jovence, à Louvigné-du-Désert.

Nicolas Troadec.


Alan Stivell était en résidence au centre cuturel Jovence.

Alan Stivell comble le public amateur de chants bretons
Publié le 13/06/2017 sur ouest-france.fr

Près de 300 personnes, amateurs de musique bretonne, sont venues écouter Alan Stivell, vendredi soir au centre culturel Jovence.
Alan Stivell, en résidence artistique pendant quelques jours à Jovence, a clos son séjour en terminant par un concert. Sa prestation a été très appréciée du public, ce dernier a même repris quelques chansons en choeur avec l'artiste. Alan Stivell était accompagné de sa célèbre harpe celtique.

 


Photo Roselyne Veissid.


Alan Stivell. « Très positif »
Publié le 23 juin 2017 sur letelegramme.fr

Alan Stivell, figure emblématique de la musique bretonne, participe à trois morceaux de l'album « Breizh eo ma bro ! » (Smart/Sony), à paraître le 30 juin.

Qu'est-ce qui vous a donné l'envie de participer à « Breizh eo ma bro ! » ?
D'abord la qualité de l'album « Corsu Mezu Mezu ». Il m'a surpris parce que je n'imaginais pas Patrick Fiori, comme Patrick Bruel, interpréter si bien des chants corses traditionnels. Cela m'a donné envie de participer à un disque dans cet esprit sur la Bretagne. Même si je savais que ça allait me faire prendre du retard dans mon propre travail, j'aurais trouvé dommage de ne pas en être. Surtout qu'il y a pas mal de gens de talent dans ce disque.

Que pensez-vous justement du choix des intervenants dans « Breizh eo ma bro ! » ?
Je ne fais pas partie de l’organisation de l’album, j’ai simplement accepté d’y participer. Mais, même si d’autres artistes auraient pu y figurer, les gens présents me semblent assez incontournables.
Ce qui est très positif, c’est de retrouver des niveaux de notoriété différents. Cela me semble important que les plus connus aident ceux qui le sont moins. Je me réjouis aussi de cette passerelle entre non Bretons et Bretons, à la gloire de la Bretagne dans un esprit d’ouverture. Lorsqu’un artiste français vient chanter en breton, il y a un échange culturel véritable.

Comme Laurent Voulzy avec vous dans « Brian Boru ». Pourquoi ce morceau ?
Avec Laurent, on se connaît très bien, nous nous rencontrons souvent. Lorsque Sony l’a sollicité, il a tout de suite accepté et nous nous sommes vite mis d’accord sur cette chanson. On revient souvent à mes morceaux du début des années 70, comme « Tri Martolod ». Je suis ravi de pouvoir mettre aussi en valeur un titre beaucoup plus récent. « Brian Boru » remporte également un gros succès.

Et pourquoi un duo avec Soldat Louis sur « La hargne au cœur » ?

Cela faisait longtemps que j’avais envie qu’on se croise. Soldat Louis, capable aussi de chanter d’une manière « vindicative », était le bon choix pour cette chanson. L’échange nous a fait très plaisir.

Vous êtes également présent sur le « Bro Gozh Ma Zadou ». Etait-ce une évidence d'ouvrir l'album avec ce titre ?

Ça fait longtemps que je chante le « Bro Gozh », dans les stades et ailleurs. J'en avais fait cet arrangement « moderne » dans « Brian Boru ». Les années passant, le « Bro Gozh » prend de plus en plus d'ampleur, en tant que symbole breton. Si on me propose de le chanter, impossible de dire non (rires) !

Sur quels projets personnels travaillez-vous ?
Je viens de démarrer un nouveau spectacle avec une nouvelle équipe musicale et technique. J'ai fait une résidence à Louvigné-du-Désert et suis ensuite allé jouer à Anvers, la semaine dernière dans une très belle salle de 1.200 places, où il y avait des Flamands, des Wallons et des gens venus parfois de très loin. Côté concerts, je ne ferai qu'une seule date cet été : ce sera le 12 août au Festival du Chant de Marin à Paimpol. Ensuite, à Betton, près de Rennes, le 7 octobre pour l'inauguration d'une nouvelle salle. En 2018, il y aura une tournée qui passera notamment par l'Olympia le 17 mars.
En attendant, je me consacre au projet discographique qui devrait sortir normalement en janvier.

En quoi consiste-t-il ?

Il marque mes plus de 50 ans de carrière. Il y a un double album qui est une sorte de medley, un panorama total des 300 morceaux de mes 24 albums. Il en présente de courts extraits, remixés, avec des montages. Il ira d'abord sur Internet.
Parallèlement, je travaille sur un album avec de nouveaux titres et des anciens réenregistrés, réarrangés, avec des invités anglo-saxons, africains...
Un coffret spécial réunira probablement à la fois l'ensemble des morceaux du double album et de CD d'inédits et titres revisités

Frédéric Jambon

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Multi-interprètes. Breizh eo ma bro !  avec le Bro Gozh !

« Breizh eo ma bro ! » : « La Bretagne est mon pays ! ». Bretons de sang, bretons de cœur, ils sont une vingtaine de groupes et artistes à le chanter passionnément dans un album fédérateur, à l’équipage intergénérationnel.
À la barre, Olivier de Kersauson. Le marin introduit les morceaux revisités, où l’on assiste à de vraies et belles rencontres : Alan Stivell & Laurent Voulzy sur le « Brian Boru » du premier ; Boulevard des Airs et le Bagad de Lann Bihoué dans « Le Bagad de Lann Bihoué » de Souchon ; Renan Luce & Clarisse Lavanant reprenant « La mémoire et la mer » de Léo Ferré (écrite en Bretagne) ; Rozenn Talec & Gilles Servat se répondant sur « Ar soudarded’zo gwisket e ruz » de Gweltaz Ar Fur ; Tri Yann avec Gwennyn dans le trad’« Son ar chistr », puis avec Louis Capart dans « Sein 1940 » ; Miossec parcourant son « Brest » en compagnie de Jane Birkin… Parmi les titres en solo, Raphaël interprète « Port Coton » en breton, Cécile Corbel célèbre « Marie-Jeanne Gabrielle » de Capart, tandis que Dan Ar Braz offre une version symphonique de « Borders of Salt ».
On aurait pu craindre que cet album ficelé par Sony ne s’arrête à des visées commerciales, motivées par le succès de « Corsu-Mezu Mezu », bâti autour d’un répertoire corse sur un principe analogue. Le doute est balayé dès l’écoute du « Bro Gozh », en ouverture. La force des mots, la beauté des mélodies, la qualité des arrangements des quatorze chansons trad et modernes de « Breizh eo ma bro ! » distillent une émotion profonde et renouvelée. Un vrai hommage à la Bretagne, dans les bacs vendredi 30 juin.


Alan Stivell et Nolwenn Leroy ont ouvert la soirée avec un Tri Martolod rondement mené.

Quimper, marée humaine pour les Copains d’abord.
Publié le 05/07/2017 sur Ouest-France.fr

Le concert des Copains d’abord orchestré par France2 a réuni des milliers de spectateurs place Saint-Corentin à Quimper, Finistère, mercredi soir. La chaleur caniculaire n’a pas découragé la foule massée aux pieds de la cathédrale Saint-Corentin et dans les rues adjacentes. Après deux heures d’attente fébrile, Nolwenn Leroy accompagnée d’Alan Stivell a ouvert la soirée dans une ambiance surchauffée.
De gros problèmes techniques ont entaché le début de la soirée. Nolwenn Leroy a dû recommencer six ou sept fois sa chanson. Calogero a également répété plusieurs fois sa prestation, comme plusieurs autres artistes.

Des milliers de Bretons au rendez-vous

Ça n’a pas découragé la foule quimpéroise qui est restée jusqu’à la fin de la fête, vers minuit et demi. La place était pleine, avec plus de 5 000 personnes. Des milliers d’autres ont été refusées. La chaleur a causé quelques malaises dans le public en début de soirée, mais les équipes de sécurité ont vite réagi, des centaines de bouteilles d’eau ont été distribuées pour régler le problème.

Béatrice LE GRAND

Quimper. Copains d'accord mais télé d'abord
Publié le 07 juillet 2017 sur letelegramme.fr

Quimper a accueilli, mardi et mercredi, place Saint-Corentin, l'émission «Les Copains d'abord en Bretagne». Les deux soirées ont affiché complet. Plusieurs centaines de personnes ont attendu devant les barrières sans pouvoir entrer. Une frustration pour elles, comme pour certains spectateurs qui s'attendaient plus à un concert, qu'à un enregistrement d'émission télé.
Le tournage de l'émission « les Copains d'abord », qui, cette année, mettait en avant la culture bretonne, s'est achevé mercredi soir, sur une place Saint-Corentin bondée. Comme mardi, beaucoup de Quimpérois n'ont pas eu accès à la scène, ou du moins, à la place. Les chanceux, arrivés assez tôt, ont pu assister à un défilé d'artistes. Alan Stivell, Nolwenn Leroy, Claudio Capéo, le Bagad de Lann Bihoué ou encore Calogéro ont fait le jeu d'une ambiance survoltée pour les quelque 2.000 personnes des premiers rangs. Ils avaient eu le droit à des drapeaux bretons, offerts par la production, qu'ils étaient invités à agiter lors des enregistrements. Le chauffeur de public était à l'image de la foule : motivé et enthousiaste. Plusieurs chansons décalées comme la fameuse « Ils ont des chapeaux ronds, vive la Bretagne ! » ont retenti sur la place.
À l'écart de la scène, le constat était tout autre. Tant bien que mal, sur la pointe des pieds, en agitant la tête, les plus grands ont pu apercevoir les artistes sur scène. Les autres, gênés aussi par les infrastructures nécessaires à l'enregistrement de l'émission, ont dû se contenter des deux écrans géants installés aux extrémités de l'estrade. Ce public en retrait, qui n'était pas filmé, était beaucoup moins enthousiaste, n'applaudissant que de temps à autre.
Une émission de télé avant un concert
Un impressionnant dispositif de lumière avait été mis en place les deux soirs. Des jeux de lumières mettaient en valeur la place dominée par la cathédrale. La qualité du son n'était en revanche pas idéale. Sans doute pour les besoins de l'émission, un ajustement excessif des basses a empêché le public de derrière de profiter de la voix des chanteurs. « Le son n'était pas propre comme on peut l'imaginer lors d'un concert », soulignait une spectatrice pourtant bien placée. Sur les réseaux sociaux aussi, on pouvait lire, le lendemain, l'amertume de nombreux déçus, qui, devant l'entrée de la cathédrale, se plaignaient de l'absence de son.
Ceci explique cela : l'émission « Les Copains d'abord en Bretagne », présentée comme un concert gratuit accueillant une vingtaine d'artistes, étaient en réalité l'enregistrement d'une émission télé où le public jouait son rôle. La découverte des coulisses d'une émission populaire, avec les avantages et les inconvénients que cela comporte, était une expérience inédite pour un grand nombre. La joie d'être filmé par la caméra et d'apparaître sur les écrans géants se lisait aisément sur les visages. Beaucoup moins lors des coupures en plein morceau qui ont suscité un agacement dans le public. Ainsi, Nolwenn Leroy pour un problème de retour de son s'est arrêtée à trois reprises. Accompagné de son piano, Calogéro a été interrompu quelques secondes après avoir commencé pour une retouche maquillage. Le public a été invité à applaudir trois fois l'entrée de Slimane avant de le voir arriver sur scène. Quelques réussites tout de même comme la reprise de « La tribu de Dana » par Evän et Marco, le Bagad de Lann Bihoué ou encore Kids United qui ont conquis les spectateurs. Les participants regarderont avec curiosité l'émission diffusée à l'automne qui risque d'être bien différente de ce qu'ils ont vécu en direct.



Maïa Barouh, le groupe BCUC et Alan Stivell prendront part à la 13e édition du festival du Chant de Marin, à Paimpol (Côtes-d'Armor).


Le festival du Chant de Marin sur les routes d'Orient
Publié le vendredi 11 août 2017 à 18:02 par Philippe PÉRON sur ouest-france.fr

Solide à la barre, ce grand rendez-vous maritime et artistique débute ce vendredi 11 août à Paimpol (Côtes-d'Armor). Et invite au voyage.
L'esprit du festival
La recette du succès tient souvent à l'originalité et au dépaysement. Au pays d'une concurrence effrénée entre les événements, Paimpol a dû explorer des niches. Pour devenir le quatrième festival breton (1), ce rendez-vous convivial au départ dédié au chant de marin, sur fond de rassemblement de vieux gréements, s'est étendu aux musiques des mers du monde. Pour sa 13e édition, il emprunte les « routes de l'Orient ».
Des découvertes
Les amateurs de découvertes ont intérêt à ouvrir grand leurs oreilles. Certains des musiciens à l'affiche ne feront qu'une escale en France. C'est le cas de The Bombay Royale. Cet ensemble venu... d'Australie fera revivre Bollywood dimanche 13 août, sur le port du Goëlo après une seule autre date en Europe, à Budapest (dans le cadre du Sziget festival) Autres curiosités à suivre : la chanteuse Sainkho Namtchylak et son chant diphonique mongol à l'état punk ; l'ensemble de Saeid Shanbehzadeh (fusion électro et traditionnelle venue d'Iran) ; Jambinai (OVNI sud-coréen trad et électro). Et aussi Maïa Barouh. La fille franco-japonaise de l'auteur-compositeur Pierre Barouh chante le blues du Japon après Fukushima.
Des créations
Chum Dason et Pat'Jaune viennent spécialement de Corée du sud et de la Réunion pour participer à un festival qui encourage la création. Cette année avec Kanditerra, un spectacle qui entrecroise les cultures vocales bretonnes et corses. Très remarqué au Championnat national des Bagadoù de Lorient, le bagad Penhars y présentera Bagad Istanbul.
Têtes d'affiche et loups de mer
Cette subtile alchimie entre l'appel des horizons lointains et l'enracinement culturel ne fait pas l'économie des têtes d'affiche comme Alan Stivell, Kassav', Boulevard des Airs, Malicorne, Broken Back, Youn Sun Nah, Tinariwen, Asian Dub Foundation, Titi Robin, BCUC et Meute.
Le Chant de Marin, c'est aussi cinquante-six groupes spécialisés dans la chanson de mer. Le meilleur de la scène bretonne, confirmée ou émergente (Youn Kamm & Le Bagad du Bout du Monde, Gilles Servat, Gurvan Liard...) Avec 160 groupes invités, 2 000 musiciens sur les quais de Paimpol - fermés à la circulation - et aussi sur ses scènes (au nombre de sept), cette 13e édition connaît la musique !
(1) 96 000 entrées payantes en 2015.
Les 11, 12 et 13 août. Site Internet : paimpol-festival.bzh


Alan Stivell, tête d'affiche d'hier soir. Un moment toujours très attendu.

Chant de Marin. Toujours plus haut !
Publié le 13 août 2017 sur letelegramme.fr

Il y a ceux qui ont besoin de 80 jours pour faire le tour du monde. Et puis il y a le festival du Chant de Marin.
Qui est capable de faire le tour du monde en trois jours ? Personne, sauf le festival du Chant de Marin. Son secret ? Partir en mer, sans itinéraire précis en tête. Il s'est juste contenté de définir un cap : l'Asie. Ensuite, il s'est laissé porter par les flots, sans savoir où ceux-ci l'emmèneraient. Une fois parti pour l'Orient, l'équipage paimpolais a regardé derrière lui et vu qu'une grande flotte européenne suivait son sillage.

Le meilleur de l'Écosse

Le pavillon écossais était notamment hissé sur la scène Pempoull, pris dans le tourbillon d'un rock celtique puissant, celui de The Trongate Rum Riots. Vendredi soir, ces huit musiciens ont secoué le quai neuf comme on retourne un pub à Glasgow. Les Polonais de North Cape et Za Horyzonten ou les Hollandais de Pekel et Harmony Glen étaient, eux aussi, du voyage. La flotte a bien croisé quelques pirates et flibustiers mais a tout de même réussi à s'approcher des côtes libanaises, portée par les rythmes endiablés du groupe Bachar Mar-Khalifé. Elle s'est rendue en Inde, aussi, où éléphants et vaches sacrées, en attendant les mélodies électriques de Nirmaan hier soir, lui ont prouvé qu'elle était sur la bonne route, celle de la soie. La Sud-coréenne Youn Sun Nah en a d'ailleurs déroulé toute une bobine, vendredi, pour mieux promener sa voix de funambule sur un fil. Et pour l'instant, le ciel, chargé de nuages, épargnait les festivaliers embarqués dans cette drôle d'aventure.

Amour et fraternité

Une fine pluie bretonne hier matin, et voilà que la flotte paimpolaise revenait peu à peu sur ses pas. Pas bien loin heureusement. Le Bagad d'Istanbul a séché les voiles des navires, hier après-midi, et remis un peu de soleil dans le coeur des marins de Stan Hugil. « Amour et fraternité entre les peuples ! » criait l'un des musiciens après le rappel demandé par le public. Peu à peu, le bleu azur perçait la grisaille. Les visages et les voix redevenaient familiers. La vague occitane Boulevard des Airs a alors ramené tout ce beau monde vers de proches contrées : la Belgique et... Anvers ? Non, « Bruxelles », évidemment ! Au bout du compte, après la dernière escale proposée par Malicorne, le navire Chant de Marin est revenu à quai, accueilli au son du mythe, « Tri Martolod », interprété par celui qui lui a donné ses lettres de noblesse au début des années 70 : Alan Stivell. Voyez-vous comme les flots sont imprévisibles. Finalement, deux jours ont suffi pour faire le tour du globe. Et le mieux, c'est qu'il reste une journée pour recommencer.

Vannes. Tri Martolod en japonais sous les yeux d'Alan Stivell
Publié le 23 août 2017 sur letelegramme.fr

Samedi soir, à Vannes, un duo de chanteurs japonais ont repris, en japonais, la chanson Tri Martolod devant Alan Stivell lui-même.
Scène cocasse, samedi soir, à la terrasse du Café de la mairie, place Maurice-Marchais, à Vannes. Taca et Aco, un duo de chanteurs japonais en tournée bretonne, ont repris la chanson Tri Martolod devant son auteur, Alan Stivell. En japonais dans le texte, s'il vous plaît !
L'auteur compositeur breton avait rencontré le duo quelques jours plus tôt, au Festival du chant de marin. Et il leur avait promis d'essayer de passer les voir lors de leur concert à Vannes. 
"Nous sommes très contents"
"Il s'est assis en famille en terrasse. Sur le coup, je ne l'avais même pas reconnu. On a pu discuter un petit peu. Il s'est dit ravi d'entendre sa chanson reprise en japonais, que son but a toujours été de promouvoir la culture bretonne à travers le monde. Il a été très sympathique et très abordable", raconte Pascal Laffeach, le patron du Café de la mairie, qui a immortalisé la rencontre.

"Monsieur Alan Stivell est venu à notre concert. Nous sommes très contents. C'est super !", a réagi le duo japonais sur sa page Facebook

アラン・スティバルさんがライブに来てくてました。とっても喜んでくれて、最高なライブとなりました。

 

 


L’écrivain Laurent Bourdelas (à gauche) a rencontré Alan Stivell en 2010, pour préparer la biographie du chanteur

Pays de Lorient. Fan d’Alan Stivell, il devient son biographe
Publié le 25/08/2017 sur ouest-france.fr

Laurent Bourdelas est tombé très jeune dans le chaudron de la culture bretonne. Originaire du Limousin, il ne manque jamais de faire escale à Lorient. Il est l’auteur d’une nouvelle biographie du chanteur Alan Stivell, à paraître en novembre.
Laurent Bourdelas a aimé la culture bretonne avant même de connaître la sienne. « Je reviens presque chaque année, je ne manque jamais le Festival interceltique de Lorient. » L’écrivain n’a pas 12 ans quand il découvre la musique d’Alan Stivell.

« Briser la glace »
L’idée lui vient d’écrire une biographie sur la vie du chanteur, mais cela prend du temps. « Il a fallu briser la glace. Beaucoup de faussetés ont été écrites sur Alan Stivell. » 
Une nouvelle version de la biographie lui a été commandée par la maison d’édition Le Mot et le Reste, à paraître en novembre prochain. Dans cet ouvrage tout rénové, l’écrivain promet davantage de photos inédites et surtout, de précieux témoignages. « Chacun raconte le Stivell qu’il connaît. »

Léa Duperrin.

Alan Stivell, cinquante ans de carrière bretonnante
Publié le 30 Août 2017 Par Maël et Pascal Hébert (auteur), Maël Hébert (photographe)


Le Festival du chant de Marin a eu une résonnance particulière cet été à Paimpol. Alan Stivell, invité vedette, s'est produit devant 16 000 personnes pour un concert exceptionnel. Exceptionnel à divers titres.
Après une tournée triomphale en 2016, Alan Stivell s'est retiré pour préparer deux CD qui sortiront l'an prochain, l'un avant l'Olympia du 17 mars 2018 et le second à l'automne. A Paimpol, Alan Stivell a offert au public et à ses nombreux fans un avant-goût de nouvelles orientations artistiques. Avec des arrangements d'un nouveau genre, le poète celtique revisite des titres mythiques auxquels s'ajouteront des chansons inédités. Loin de s'endormir sur ses lauriers en proposant un concert semblable à ceux des 70s, Stivell confirme son rôle de vrai chercheur du son et de la musique. Une nouvelle preuve nous en a été donnée en live. Mais Stivell, c'est aussi une voix envoûtante qui touche les cœurs à tous les coups. En fin de concert, Gabriel Yacoub a rendu hommage à Alan en venant chanter par surprise. Et celui-ci, à son tour, a dit tout le bien qu'il pense de Malicorne et de Gabriel.
Dimanche matin 13 août, le lendemain du concert, à quelques lieues de l'île de Bréhat, l'île majuscule de la Bretagne, Alan Stivell nous accueille avec le sourire de l'ami que l'on a quitté la veille afin de poursuivre une conversation toujours recommencée. Si des micro-processeurs au silicium remplaceront un jour la mémoire des hommes, il y aura toujours quelque part un Alan Stivell pour nous éclairer sur nous-mêmes.

Dans ton concert de Paimpol, tu affirmes : « Sans langue bretonne, pas de Bretagne ». Peux-tu développer ?

Si on prend l'exemple du Gaélique écossais, devenu hyper minoritaire, voire homéopathique, je considère qu'il reste comme un petit foyer indispensable dans une maison du village. On parle de pays celtes parce que, même minoritaires, il y a des gens qui y parlent une langue celtique, symptôme évident d'une identité, qui se perpétue, au moins un peu, hors de la langue même si on ne la parle pas. Aujourd'hui, c'est 60 000 personnes sur 5 millions d'habitants en Ecosse. Et nous sommes moins de cinq pour cent des Bretons à parler ou comprendre notre langue.

Est-ce que les langues régionales peuvent mourir ?

On voit que les langues minoritaires sont des espèces en danger de mort, à l'instar de beaucoup d'espèces animales ou végétales. Et c'est aussi grave. Si on n'arrête pas ce désastre, l'Ecosse comme la Bretagne ne seront plus que des provinces anglaise et française comme d'autres, sans vraie spécificité. Il n'y a rien de naturel dans cette agonie. Je ne parle pas de langue régionale, car, pour nous, la Bretagne et l'Ecosse sont des nations. Ou, si vous voulez, des « nations-régions » (le terme officiel étant « minorité nationale »).

La Normandie réunifiée se cherche une identité. Toi le Breton érudit, comment vois-tu cette identité ?

Etre normand, c'est être dans une province française qui s'appelle la Normandie et qui a sa personnalité. Mais son identité culturelle est une variante de la culture française, aussi française qu'une autre. Pour les minorités nationales périphériques (Bzh, Flandre, Alsace-Moselle, Corse, Catalogne, P.Basque, Occitanie, éventuellement Savoie), comme pour les territoires ultra-marins, elles sont culturellement étrangères. La Bretagne est, elle, une composante de la culture celtique, comme l'Alsace est une composante de la culture germanique. L'histoire a aussi donné un statut de « province réputée étrangère » à la Normandie comme à la Bourgogne pour avoir été des Etats indépendants. Ceci ne change en rien, pour elles, le fait qu'elles soient composantes de la culture française (on sait que les influences scandinaves sont quasi négligeables aujourd'hui dans les dialectes normands).

La Normandie, la Bretagne, y vois-tu un trait d'union ?

On se place toujours dans la comparaison. Certains Normands se disent que les Bretons, on en parle tout le temps, etc. Et si on classe la Bretagne dans les « simples » régions, et le Breton dans les dialectes, on peut nous croire prétentieux et chauvins, quand nous considérons simplement les faits. Et je méprise d'autant moins les dialectes que je considère que chacun d'entre nous parle toujours le dialecte d'une langue. Je considère, en effet, que le français de l'Académie ou de la télé sont des dialectes ou variétés de Français au même titre que le Normand et le Champenois. Et qu'aucun ne doit être dévalorisé.

La Bretagne a manqué le train de l'Histoire avec cette réunification tant espérée et de nouveau recalée. Qu'en penses-tu ?

Je considère que de ne pas avoir rattaché la Loire-Atlantique à la région Bretagne est une tragédie. Si les Normands sont parfois jaloux des Bretons, pour le coup, les Bretons peuvent être jaloux des Normands qui ont leur réunification pleine et entière. Trois cents personnes manifestent sur le pont de Normandie et cela suffit pour la réunification. 20 000 personnes manifestent tous les trois ans pendant soixante ans à Nantes pour la réunification et on ne l'a pas. C'est là que l'on voit la différence entre une nation-région et une région-région.
Qu'est ce que cela signifie ? C'est qu'une « région-région » ne demandera jamais son indépendance. Et si les pouvoirs « centraux » n'ont jamais fait confiance aux Bretons, c'est qu'ils n'ont d'abord aucune confiance en eux mêmes et dans leur solidité (cf. Poniatowsky). Pourtant rien ne prouve que le jour où nous aurions la liberté donnée aux autres peuples minoritaires européens, nous ne nous satisferions pas de l'autonomie interne. En donnant certaines libertés aux Bretons, la France a même la frousse que la langue française s'approche de la mort. Disons-le clairement, la France a peur d'affaiblir le français en autorisant le breton. Mais, là, Paris s'arroge un droit de vie et de mort sur cette partie de l'héritage et du potentiel humain (artistique, philosophique, scientifique, spirituel) que le Monde délègue à la France de protéger.
En n'appliquant pas le bilinguisme considéré comme un droit de l'humain, elle fait bien pire que la destruction de Palmyre. Et je pèse mes mots. Sur le plan économique, le gros larcin qu'est le vol de la Loire-Atlantique, est évidemment un énorme handicap pour la dynamique de la Bretagne, 44 compris. Et j'affirme même que c'est préjudiciable à l'Ouest non-breton. Ne serait-ce que le label Bretagne est connu dans le monde entier. La Bretagne réclame toujours l'autonomie au sein de la République française. Nous, Bretons, avons toujours été régionalistes ou autonomistes. On a toujours réclamé le pouvoir d'un Land allemand. On a toujours réclamé plus de Région et plus d'Europe. C'est le système électoral qui contrecarre cette demande en général, sauf quand les voix bretonnes arrivent quand même à faire pencher la balance.

Pour les cinquante ans de ta carrière, que nous réserves-tu comme surprise en 2018 ?
Je prépare pour le début de l'année 2018 un nouvel album un peu comme un nouvel « Again » du 21ème siècle. L'idée est de revisiter certains titres avec des invités. Mais en plus, j'ajouterai des inédits. Je prépare un concert qui sera donné à l'Olympia le 17 mars. Ceci après, notamment, un concert au Dublin Castle le 26 janvier. C'est une belle occasion de faire un tour d'horizon de mon parcours.  A la fin de l'année 2018, toujours dans l'idée de ces cinquante ans, je sortirai un double album, qui sera un rapide medley panoramique de mes 300 titres enregistrés. Et il y aura un aspect audio-visuel. Bien évidemment, il s'agit d'un nouveau spectacle avec une nouvelle équipe et de nouveaux titres. L'idée, un peu comme à Paimpol, est notamment le remplacement de la batterie par des percussions celtiques et machines électroniques. A bientôt, kenavo !

 

Décès. Raphaël Chevalier, le violoniste aux mille sourires
Publié le 12 septembre 2017 sur letelegramme.fr

100, 200, 1.000 ? Difficile de dire avec précision le nombre de musiciens avec lesquels Raphaël Chevalier a joué. Rock, classique, musique traditionnelle, swing manouche, chanson française... "Il a eu une carrière très impressionnante de rencontres et de diversité musicale", confie Thomas Lotout, leader du groupe Titom et ami du violoniste. 
Lundi soir, à l'âge de 48 ans, Raphaël a définitivement posé son archet. Terrassé par la maladie. Il laisse derrière lui ce visage radieux qui a tant marqué les spectateurs venus l'écouter. Sur scène, l'enfant sage avait toutes les peines à contenir son grain de folie. Des sourires, il en a distribué des milliers. Presque autant que des notes. "Il adorait la scène. Il donnait énormément au public, il jouait avec lui", poursuit Thomas. 

Tiersen, Stivell, Da Silva
Originaire de Fougères (35), Raphaël Chevalier a d'abord étudié le violon au conservatoire régional de musique de Rennes. Dans sa classe, un certain Yann Tiersen fait lui aussi ses gammes. Formé au classique, cet admirateur de Stéphane Grappelli se produit dans des cabarets, puis avec les groupes rock Jack O'Lanternes et Casse-Pipe dans les années 1990. Suivront d'innombrables collaborations dans des styles très différents, essentiellement en Bretagne. "Raphaël était un musicien très polyvalent. Il voulait toujours apprendre." Parmi les artistes qu'il a accompagnés : Alan Stivell, Denez Prigent ou encore son ami (Emmanuel) Da Silva, avec lequel il aura donné "plus de 500 concerts". 

Dernier hommage jeudi

Ces dernières années, deux groupes en particulier occupaient ses projets : le trio Bivoac (esthétique proche du trad) et Titom (traditionnel rock moderne). C'est avec ce dernier qu'il avait livré son ultime concert, le 27 mai, à Glomel (22). 
Ses proches lui rendront hommage dans l'intimité, ce jeudi à 14 h, au funérarium de Saint-Pierre-de-Plesguen (35).

Benoît Tréhorel


Alan Stivell est monté sur scène, quelques minutes avant le feu d'artifice.

Près de Rennes. Alan Stivell, invité surprise à la fête de Pont-Réan
Publié le 18/09/2017 sur ouest-france.fr

Tout ce week-end, Pont-Réan, au sud de Rennes, a vibré au rythme des festivités organisées pour célébrer les 250 ans du pont qui enjambe la Vilaine. Alan Stivell est monté sur scène. Un passage inattendu, à la plus grande surprise du public.
Les visiteurs ont bien fait de patienter, samedi, soir, en bravant la pluie. Juste avant le feu d’artifice, vers 22 h, un invité surprise est monté sur scène aux côtés des musiciens qui animaient la soirée. Alan Stivell, en personne, est venu en voisin interpréter Tri Martolod, l’un de ses « tubes » repris en chœur par le public.
Ce monstre sacré, ambassadeur mondial de la musique celtique, a fait l’honneur de sa visite en toute simplicité. Habitué aux grandes scènes, comme l’Olympia ou les Vieilles Charrues, il a adressé un salut amical à ses nombreux fans.